Scrivo poco e sempre con grande cautela di politica. Continue reading
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Chiudo il trittico ‘impegnato’ tornando alle anatre dell’oroscopo: i non-believers. ‘Dancing faster then ever but why?’ http://bit.ly/hHql0I
Facevo un pieno a settimana, ora vivo con un pieno al mese. Perché tutto si tiene. http://www.internazionale.it/il-circolo-vizioso/
Mi piace guardare dentro alle cose.
Qualche giorno fa in televisione c’era una persona importante che spiegava con autorevolezza come la Libia fosse un partner affidabile: rispetta i patti, i flussi di clandestini da quel paese si sono ridotti del 90%…
Già.
Cerco di non parlare di ciò che non ho visto – il film arriva ora, distribuito ovviamente per canali alternativi – ma le notizie sono vecchie, mesi fa stavano anche sul Corriere della Sera…
http://comeunuomosullaterra.blogspot.com
Mi piace la geografia e mi piacciono le bandiere: quella libica è a tinta unita, un bel verde speranza.
Comincio dalla fine: Paolo Sorrentino e’ un regista per nulla banale e Toni Servillo un attore dal talento mostruoso.
Il film riesce ad essere aggressivo all’inverosimile (Le Monde parla di un Andreotti-Nosferatu) pur restituendo gran parte dell’ambiguita’ – e della melanconia – del personaggio.
Il ‘contorno’ non e’ da meno: la ‘corrente’ che pare la Banda Bassotti, il giudice con la lacca, il malavitoso star… Spiazzante, inquietante, agghiacciante.
La scelta stilistica di Sorrentino e’ quella giusta: il film e’ surreale perche’ surreale e’ quello che racconta.
Ed e’ l’Italia degli ultimi trent’anni.
Anche la realta’ piu’ complessa e sconfortante ha una forma, un motivo, una struttura che puo’ essere raccontata – e capita.
Napoli, 1994-2005: tre fondamentali articoli di Carlo Bonini ci aiutano a fare il punto su una delle vicende piu’ incredibili del dopoguerra italiano.
“Grande e’ il disordine sotto il cielo”: lo disse una volta qualcuno in Cina, lo hanno ripetuto nei giorni scorsi a Napoli. Vietato lasciarsi impressionare, c’e’ ancora da lavorare.
Tanto.
Michael Pollan
“La crisi provocata dal cambiamento climatico e’ fondamentalmente una crisi degli stili di vita. Il grande problema non e’ altro che la somma di tante piccole decisioni quotidiane: molte le prendiamo noi ‘consumatori’, e quasi tutte le altre vengono prese in nome dei nostri bisogni, desideri e preferenze.
Se aspettiamo che siano le leggi o la tecnologia a risolvere il problema di come viviamo, significa che non vogliamo veramente cambiare. I nostri politici l’hanno capito benissimo, quindi non si muoveranno finche’ non lo faremo noi. Anzi, aspettare che a salvarci da questa situazione siano i politici e gli esperti, le leggi, il denaro e i grandi progetti, e’ proprio un esempio del modo di pensare – passivo, delegante, dipendente dalle soluzioni di altri – che ci ha cacciato in questo guaio.”
[leggi l'intero articolo sul New York Times Magazine. Questa traduzione e' presa dal numero 745 di Internazionale]