Mercoledi’ scorso altra prima a teatro: questa volta Il Gabbiano, di Anton Cechov.
Un incrociarsi di storie d’amore destinate alla tragedia, un affresco piccolo borghese stantio e macilento: Cechov mette in scena un mondo destinato a crollare – la Rivoluzione di Ottobre arrivera’ vent’anni anni dopo.
Negli anni in cui Cechov scrive Il Gabbiano Dostoevskij e’ mancato da poco e Tolstoj ha gia’ espresso il suo massimo, mentre all’estero Thomas Mann non ha ancora scritto La Morte a Venezia e Pirandello e’ poco piu’ che un ragazzo.
Autori che stanno bene insieme: il senso di mortifero che si respira sulla scena del Gabbiano e’ lo stesso che esce dai racconti di Mann, ma l’intensita’ degli scambi emotivi tra i personaggi non arriva mai alla vertigine di cui sono capaci i romanzi dei colleghi russi o i drammi dell’autore italiano.
La rappresentazione vista al Carcano mi pare riuscita: bellissima la messa in scena, buono il lavoro corale, gli attori ricreano il giusto disagio…
Non posso dire mi sia piaciuto, ma e’ come se un altro tassello fosse andato al suo posto.
Avanti il prossimo !

