Ho trascorso il pomeriggio di Natale in una casa di riposo: ero a trovare una persona vicina vicina. Un’anziana dimagrita, malferma sulle gambe, non sempre in grado di riconoscere i suoi interlocutori. Ma il sorriso e’ ancora radioso, gli occhi tornati bambini sono spalancati sulle persone che le fanno festa, energia ed entusiasmo sono ancora contagiosi.
Due giorni dopo ho trascorso il pomeriggio a giocare con un piccolo parente: eta’ prescolare, faccia uguale alle mie foto di quando ero piccolo, mi vede una volta all’anno. La mia barba era sfatta, i capelli trasandati, il look da single scoppiato, ma il bambino non ci bada: giochi con lui, gli corri dietro, e lui per il semplice fatto che gli dedichi attenzione ti regala la sua incondizionata fiducia. Ti trasmette la sua energia. Ti lava dentro.
Il giorno dopo telefono ad un’amica che non sento da tempo: una signora di mezza eta’, una vita tribolata, la trovo fresca fresca reduce da una leucemia – mesi di chemio senza sapere come sarebbe finita. Racconta la sua storia ridendo, condivide particolari irripetibili e ti permette di scherzarci sopra. Ma quando ti dice che la sua vita e’ cambiata sai che puoi crederle.
Quest’anno non ho ‘sentito’ l’Avvento, non l’ho ‘vissuto’, ero troppo preso nei miei pensieri. O almeno cosi’ credevo. “L’esperienza della fragilita’ ” era il tema proposto dall’Arcidiocesi di Milano.
E’ sempre la stessa storia: non sai mai da dove possono saltare fuori le cose che ti tengono vivo.